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Esplode la rabbia dei battipagliesi. 9 aprile 1969, 2 morti e centinaia di feriti

La crisi del lavoro mette in ginocchio la popolazione. La reazione è violentissima

Il 9 aprile 1969 esplose la rabbia della popolazione stretta nella morsa della crisi politica amministrativa e nell’imbuto della recessione industriale. In pochi anni persero il posto di lavoro oltre 2000 operai e l’ennesima minaccia di chiusura del Tabacchificio determinò un vero e proprio inferno. Il crollo del mercato del tabacco italiano metteva a rischio il posto di lavoro di ben 600 persone, maggioranza donne. Le organizzazioni sindacali, con i parlamentari della provincia di Salerno, il sindaco (Domenico Vicinanza) e una delegazione del Consiglio Comunale erano riusciti ad ottenere un incontro con i ministeri delle finanze e dell’economia. In appoggio alla trattativa venne organizzato uno sciopero generale, indicendo un comizio in Piazza della Repubblica, preceduto da un corteo. Alla Prefettura di Salerno nei giorni precedenti la manifestazione era giunta notizia di un probabile blocco delle vie di comunicazioni e furono inviati 120 carabinieri e 170 guardie di pubblica sicurezza, in assetto antisommossa. Il primo Governo Rumor, non prese più di tanto in considerazione la questione, sottovalutandola colpevolmente. Lo sciopero promosso per il 9 aprile del 1969, che doveva rappresentare  il disagio della popolazione meridionale si trasformò in una tragedia nazionale. La manifestazione inizia alle sette del mattino e si svolge in quattro fasi, con un doloroso crescendo alle ore 17,00. I primi scontri tra gli scioperanti e la polizia stradale si verifica alle 7,00 quando c’è il blocco della Napoli Reggio Calabria. Verso le 9,00 inizia la seconda fase; il corteo di 1500 persone da Piazza della Repubblica si dirige alla stazione ferroviaria, contravvenendo ai limiti dell’autorizzazione ricevuta. Lo scontro con le forze dell’ordine è violento, i dimostranti avanzano e riescono a prendere possesso dei binari, paralizzando la circolazione ferroviaria. La città è impenetrabile, autostrada, strade e stazione sono sbarrate: non si entra e non si esce. Alle 13 e 30 inizia la terza fase. 120 guardie cercano di entrare in città attraversando l’abitato di Bellizzi, devono desistere perché la strada non è praticabile. Alle 15,00 inizia la quarta fase, la più cruenta. I dimostranti accerchiano i poliziotti, costringendoli alla fuga. La situazione sfugge di mano intorno alle 17,00 quando tra la folla inferocita s’è diffusa la notizia che un mezzo della polizia ha ammazzato un bambino. A questo punto precipita ogni cosa. Gli scioperanti fanno una vera e propria caccia al poliziotto, assaltano il Comune, la Pretura e il Commissariato. Quel giorno morirono Teresa Ricciardi e Carmine Citro sotto il fuoco delle forze dell’ordine. 

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