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Arresti domiciliari e permesso di necessità

L’art. 284 c.p.p. prevede la possibilità che il giudice, qualora disponga gli arresti domiciliari ( si applica  anche alla detenzione domiciliare), autorizzi l’imputato ad assentarsi dalla propria abitazione, dimora o altro luogo di cura o assistenza in due casi: quando il reo versi in uno stato di assoluta indigenza, consentendo l’espletamento di una attività lavorativa, ovvero quando non possa in altro modo provvedere alle sue indispensabili esigenze di vita.  Secondo la Corte occorre distinguere le due posizioni: se il riferimento alla situazione di assoluta indigenza richiama evidentemente le necessità primarie dell’individuo e dei familiari che siano a suo carico, la locuzione relativa alle “indispensabili esigenze di vita” assume una connotazione più sfumata, diretta alla valorizzazione dei diritti fondamentali dell’individuo. La prima ipotesi, infatti, nella sua interpretazione letterale, preclude qualsiasi tipo di autorizzazione che non sia diretta ad assicurare la sopravvivenza fisica della persona, ammettendo di conseguenza il rigetto di tutte quelle istanze volte al soddisfacimento di esigenze ulteriori, quali il vitto, il vestiario e l’alloggio. Nel secondo caso, invece, l’espressione utilizzata dal legislatore deve essere intesa non in un’accezione puramente economica, ma in modo tale da garantire i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, come disposto dall’art. 2 della Costituzione. Costituisce infatti un principio di civiltà quello che attribuisce al soggetto sottoposto ad una misura detentiva – cautelare ovvero definitiva – la titolarità di diritti della personalità che non possono essere intaccati neppure da pene detentive.

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